Recensione del film Metropolis: il Robot fra scienza e magia

Robot e pentacolo

3695_bigRecensione del Film Metropolis? un’impresa commentarlo. Il film è un mito che ha creato a sua volta altri miti uno fra tutti: il robot.  Metropolis  è un’opera titanica:  1.300 kilometri di pellicola impressionata, un viaggio lungo da Bolzano a Reggio Calabria,  il montato originale del film era di 4.200 metri, poco meno del Monte Rosa e molto di più del Gran Sasso. Un’opera visiva che ha influenzato l’immaginario collettivo per quasi un secolo, citata in mille e uno capolavori ( Brasil, Blade Runner, Guerre Stellari) omaggiata dai Queen per i video di Radio Gaga. Metropolis è un film che  a causa della sua stessa mole è difficile da maneggiare con cura, meriterebbe un romanzo a sè anche solo la storia  delle varie versioni che si sono succedute negli anni, tagliate, ricucite, perse e ritrovate nel corso della storia travagliata del 900.

Autori:  Fritz Lang e la di lui moglie Thea Von Harbou, Metropolis fu distribuito per la prima e ultima volta a Berlino nel 1927, e si perchè dopo quella proiezione la versione integrale smise di circolare, la pelliccola venne tagliata, sintetizzata, rimontata e ridistribuita, prima in Germania, poi nel mondo..

Una Recensione di Metropolis è anch’essa un lavoro imponente e che rischia di avere un kilometraggio più lungo del film, ( il primo quello di Berlino) non si scala una montagna tutta in una volta, bisogna farlo a tappe, e in questa tappa ci dedicheremo all’icona forse più famosa di Metropolis: il robot 

Andiamo con ordine: la trama in sè del film, la cronologia dei fatti è abbastanza scheletrica, la polpa, la sostanza del film sta nei simboli, nella potenza delle immagini nell’innovazione tecnica utilizzata da Fritz Lang. Purtroppo  i vari distributori cinematografici fecero un ragionamento diametralmente l’opposto: tagliarono la pellicola seguendo l’ossatura del racconto eliminando parte del  cuore  del film, inquadratura innovative, scene simboliche.

Ci troviamo in un ipotetico futuro ( 2026)  dominato da un enorme città Metropolis appunto. La società è divisa in rigide caste, in cui un piccolo vertice di beati possidenti vive sostenuto da una larga base di proletariati, solo un sottile strato di classe media divide l’eden dei ricchi dall’inferno della moltitudine: sono i servi, gli impiegati dei magnati. La struttura sociale si rispecchia in quella architettonica: gli operai vivono in casermoni costruiti sotto terra, mentre i ricchi abitano attici che torreggiano su giganteschi grattacieli.

Maria coni bambiniFreder nel club dei figli

 

Per sbaglio un giovane ragazza, Maria, con un gruppo di  bambini figli di operai, entra  nel paradisi pensili  di Metropolis, il suo sguardo si incrocia con quello del giovane  Feder  il figlio del più grande capitalista di Metropolis, Johann Fredersen.  Per il ragazzo è subito amore, ma il gruppo viene immediatamente rispedito nelle viscere della città senza troppi complimenti.  el non si rassegna e parte alla  ricerca di Maria iniziando il suo viaggio verso il basso,  verso le profondità della città ,  una discesa agli inferi in cui prenderà coscienza della realtà che si estende oltre le mura del “Club dei figli”  l’area sopraelevata dedicata agli svaghi dei giovani signori. La madre di Feder, Hel,  morì dandolo alla luce, ma  prima di sposarsi con Joan Fredersen era amica di un giovane scienziato Rotwang. Non si sa quanto questa amicizia fra Hel e Rotwang fosse corrisposta o quanto fosse intima,  si sa però che  l’amore dello scienziato divenne ossessione dopo essere stato lasciato  e soprattutto dopo la donna morì. Rotwang costruisce un robot destinato a prendere le fattezze di Hel, ma il ricco padre di Freder  gli chiederà bene altro. Infatti i due seguendo una mappa segreta in possesso di un operaio  scoprono che Maria sta radunando gli operai nelle vecchie catacombe di Metropolis per diffondere il verbo dell’avvento di un “mediatore” che riporti armonia nella società.

I grattacieli di metropolis

Ma non basta vengono anche a sapere della relazione che sta nascendo fra Maria e il giovane Freder, il magnate quindi  ordina a Rotwang di dare le fattezze di Maria al robot  in modo che la “maria-macchina” distrugga il movimento degli operai e la relazione con suo figlio. Così lo scienziato rapisce Maria e attraverso un  diabolico dispositivo conferisce l’aspetto della giovane ragazza al robot. Da notare che nel film  non si usa mai questo termine, robot , che è un vocabolo cecoslovacco che significa”lavorare in modo pesante”, ma  come detto  è proprio su questo elemento che vorrei approfondire la mia recensione del film  Metropolis

Io robot

dicevamo:  il termine nasce in Cecoslovacchia, lo si deve a  Josef  Capek  artista cubista e romanziere  fu lui a suggerire questa parola al fratello Karel  che la rese popolare  nel suo dramma teatrale i “Robot Universali di Rossum” del 1920. In verità gli automi dell’opera di Capek erano composti di materiale organico, non erano quindi macchine in senso stretto, se vogliamo erano più simili alla creatura di Frankestein, però a differenza del romanzo della Shelley  non erano mostri nati al di fuori della società,  ma strumenti prodotti in serie funzionali alla società. Onestamente non so se fu Metropolis il primo film in cui compare una macchina a fattezze umane,  ma certamente fu l’opera di Lang a crearne lo stereotipo nell’immaginario collettivo (il simpatico D3 BO di guerre stellari  ne è una palese citazione).

L'attore di D£BO,Brgitte Helm nel costume da Robot

 

 

Maschinenmensch la definisce Tea Harbou (seceneggiatrice dell film e moglie di Fritz Lang)  Paolo Bertetto nel suo bellissimo  saggio “Fritz Lang Metropolis”  ( senza dubbio la più completa recensione del film  Metropolis  in italiano) identifica una lunga tradizione culturale a cui fa riferimento la sceneggiatrice che parte dall'”Homme Machine” di Offray de la Mettrie ( 1748), passa da “Isabella von Aegypten” (1800)  di  Achim Von arnim,  all’Olimpia di “Der Sandmann” di Hoffmann e  arriva all’ “Eve future”  (1886) di Villiers de l’Isle Adam , in questo testo, fra l’altro, compare per la prima volta il termine “androide”.  Scrive Paolo Bertetto “sono tutti testi  che delineano la figura del Maschinenmensch come forma di sintesi  fra la tecnologia e l’umano e la immaginano come essere di sesso femminile”. Kracauer sottolinea invece la ripresa di alcuni temi di “Homunculus ” 1916 film di Otto Rippert,  un androide che travestito da operaio incita a sommosse che forniscono il pretesto al dittatore per repressioni spietate.

Ma sicuramente  il  primo uomo, meglio donna, macchina protagonista della storia del cinema  fu  quella creata dal duo Lang /Harbou e interpretato da Brigitte Helm ( che poi è anche l’attrice che ricopre il ruolo di Maria).  Devo dire la che la cosa che mi ha sempre colpito sin da piccolo, guardando le immagini del film sulla mia vecchai enciclopedia universale è che nel laboratorio di Rotwang  dietro il robot, troneggia un enorme pentacolo a punta rovesciata perchè ? le mie ipotesi sono tre.

 

Il robot, Rotwang e il PentacoloLa prima: il passaggio del testimone dalla magia alla scienza, nel mondo di oggi e ancor più quello del futuro, la scienza realizza le promesse della magia. la stella a cinque punte è un simbolo che appartiene a molte culture, simboleggia fra  l’altro il creato il rapporto fra l’uomo e il creato, nella stella a cinque punte si può iscrivere la figura dell’uomo, la testa nel punta in alto gli arti in quelle laterali, il pentacolo qui può quindi  indicare lo scimmiottamento dell’uomo  nella genesi dell’essere umano.

La seconda: il robot verrà usato poi per scopi diabolici e apocalittici in senso stretto, e in effetti la stella nel laboratorio è riprodotta capovolta, un simbolo caro alla cultura pop satanista. Per verificare questa teoria bisognerebbe provare che già  negli anni di Lang la stella a cinque punte capovolta avesse già un significato demoniaco. Se teniamo buona questa pista la stella è profetica del progetto satanico dello scienziato

La terza: una citazione di “Der Golem” ( in italiano Il golem :ecco come venne al mondo) famoso film espressionista di Wegener ed è simbolo della creazione, o meglio di ri-creare il mondo

Io Golem

Paul Wegener ( 1874-48) fu il primo a introdurre nel cinema il mito del golem, l’essere d’argilla al quale il misticismo ebraico della Cabala infonde vita. Il mito del Golem probabilmente nasce da una vulgata che prende le mosse da un’ interpretazione troppo letterale di un rito cabalistico. In questa particolare liturgia  l’iniziato  Cabala ripercorre il testo della genesi modellando un uomo con l’argilla, la statua però, nell’interpretazione della mistica ebraica, aveva solo scopi rituali e l’officiante non aveva pretese di conferirgli effettivamente la vita.Il Golem con stella a cinque punte

Wegener utilizza la leggenda per dare corpo e sostanza al film e nel capolavoro espressionista vediamo il rabbino Jehuda Löw creare una potente creatura d’argilla per difendere il ghetto di Praga dall’editto di Rodolfo secondo. La statua si anima se il rabbino inserisce nel petto un cartiglio con su scritto la parola Emeth “verità”,  e si disattiva se glielo si estrae, aprendo il medaglione che il Golem ha sul petto. Ora nel film di Wegener questo medaglione è a forma di stella capovolta, inoltre la stella a cinque punte  ritorna anche nella pagina magica in cui si illustra il rito per la creazione del Golem. Anche in Metropolis Rotwang conferisce vita a una creatura inanimata, proprio come fece anche Jehuda Löw,ma non è più una mistica magia a compiere il miracolo ma è la scienza del futuro. Mentre il Golem è essenzialmente un bambino incosciente del bene e del male, qui il robot è completamente nelle mani dello scienziato ed esegue in modo ineccepibile un piano diabolico, mentre in Wegener Golem diviene pericoloso perchè traviato dalle basse emozioni umane e troverà la propria fine a causa della propria ingenuità, in Lang la macchina uomo è malvagia e viene distrutta dall’ira della folla.

Magia della Scienza

Quindi lo scienziato pazzo prende il posto del diabolico stregone? scoprire nuove tecnologie nuove leggi è come evocare demoni dagli abissi?  la radici della scienza sono nella magia? Forse al di là del diverso modo di pensare,  agire, conoscere e sperimentare il cuore della scienza, le motivazioni, l’animo è quello dei maghi antichi che volevano sfidare la natura per piegarla ai propri voleri. Oppure  in realtà Rotwang era proprio un mago e quello che sembra scienza era solo magia? è il diavolo che rientra nella storia umana attraverso la “backdoor” di alambicchi, valvole, ingranaggi, attraverso l’ossessione di un amante deluso? Che Rotwang in fin dei conti fosse solo un malvagio Jehuda Löw  travestito da scienziato?  Tra l’altro in una versione del romanzo di Metropolis la Harbou descrive Rotwang  effettivamente come l’erede  di un vecchio Mago, “discepolo del diavolo” , venuto dall’oriente. ( ma è un’interpretazione ulteriore della Harbou rispetto al film, o al contrario una lettura autentica del protagonista? vera recensione di Metropolis o suo personale ampliamento?)Metropolis iscritta nel Pentacolo

In Metropolis questo continuo intreccio fra simboli religiosi e magici è una costante e il pentacolo  lo ritroviamo anche nella enorme ziggurat grattacielo di Johan Freder che ha pianta pentastellare appunto, questo ciclopico edificio è  una evidente  metafora della torre di Babele, rifare il creato ( il pentacolo appunto)  sfidando Dio e quale sfida più alta se non quella di ricreare la vita?  quale evento può essere più diabolico che la completa sostituzione dell’uomo con la macchina?  quale fine può avere rimpiazzare l’uomo con dei robot se non quello demoniaco di distruzione della società e pieno dominio sull’uomo  da parte di colui  che si è fatto dio?

Sono questi i temi che Metropolis ci lancia con l’ingenuità della meccanica industriale dei primi del 900, ben lontana dalla sofferta complessità  cyberpunk e  biogenetica di un Blade Runner,  argomentazioni in bianco e nero,  divise fra bene e male in modo netto come la luce dalle tenebre, un tematizzare espressionista, ma non per questo meno attuale.

 

 

 

Twitter e Iran Revolution: qualche considerazione, 6 anni dopo

Simbolo di vittoria della rivoluzione verde

Dopo il  12 giugno 2009, Twitter e Iran sono diventano due sinonimi, almeno nella percezione del cittadino medio occidentale, perché?  12 giugno 2009 vince, in modo sospetto Ahmadinejad, l’opposizione guidata  da  Mr Hosein Musavi contestò immediatamente i risultati, denunciando brogli e scendendo in strada, la lotta fra forze dell’ordine e i contestatori si fece sempre più aspra fino a culminare nella tragedia: l’uccisione di una giovane iraniana  Neda Agha -Soltan a Teheran.Neda Agha -Soltan

I video amatoriali ripresero l’evento e si diffusero velocemente sul web  per poi rimbalzare sui media tradizionali, rendendo il viso della giovane donna l’icona della lotta di tutto il popolo iraniano.  Un primo punto di giunzione fra rivolta Iran e twitter lo troviamo qui, sembra che il cinguettio ebbe la stessa importanza per la “Rivoluzione Verde” ( il colore usato da Musavi e dai rivoltosi per identificarsi)  di quella che la stampa di Guttemberg ebbe per la Bibbia di Lutero  e il protestantesimo.

 

Twitter e Iran fu vera rivoluzione?

Il 15 giugno il primo ministro Musaravi mandò un messaggio agli amministratori della piattaforma: ” @twitter Twitter is currently our only way to communicate overnight news in Iran, PLEASE do not take it down #IranElection”. Un messaggio che ha tutta l’apparenza di essere un sigillo pontificio sulla strategicità della piattaforma per l’evangelizzazione della rivolta.  Secondo evento, la cui documentazione è più dubbia:  15 giugno, arriva  messaggio a Jack Dorsey, fondatore di Twitter, dal dipartimento di stato americano nel quale si chiedeva di rinviare l’aggiornamento del server previsto per il giorno successivo ( il 16 giugno). Santificazione finale: Mark Pfeifle ( ex consigliere per la sicurezza nazionale negli usa) propone la candidatura di Twitter  al premio Nobel per la pace, sostenendo che il popolo iraniano  senza twitter  non si sarebbe sentito forte e sicuro nella difesa della libertà e della democrazia.  Twitter, rivoluzione, democrazia fu vera gloria?vignetta su Twitter e la rivoluzione verde

Afferma Sara Bentivegna in “A colpi di Tweet” : ” Riconoscere che Twitter  possa aver fornito  materiale di prima mano nella copertura  delle vicende iraniane non equivale ad attribuirgli un ruolo decisivo nel sostegno della protesta “.

Prima della (tentata)  rivoluzione verde il 43%  della popolazione era connessa a internet e la  globsfera molto vivace ( Wojcieszak e Smith 2013) il web era particolarmente frequentato e ricco di interazioni fra pro e contro regime. ( Kelly e Etling 2008).

Che i blog siano stati particolarmente popolari lo dimostra il fatto che l’Iran ha uno dei più alti tassi di blogging nel mondo. I rapporti indicano che ci sono circa 700.000 blogger iraniani (Sreberny e Khiabany 2010) e che 60.000 blog vengono aggiornati regolarmente in Iran (Kelly e Etling 2008). Il sito Alexa.com tiene traccia siti web, il numero di visite e dimostra che, dopo Google e Yahoo, i siti di provider di blog Blogfa e MihanBlog furono i siti più visitati in Iran (Alexa 2010).

Però se andiamo ad analizzare i tweet inerenti a #iranianrevolution: solo il  23, 8 % dei tweet proveniva dall’Iran il restante era frutto di tweet e ritweet creato in altri paesi. Golnaz Esfandiari  in un articolo pubblicato sul Foregin Office  dichiarò che tra gli utenti più attivi in occasione delle principali manifestazioni tenutesi in Iran ne conosceva ben tre, uno viveva negli Stati Uniti, uno in Svizzera, Turchia, e quello che aveva più spesso incitato la gente ad andare in piazza. Non c’è concordanza di dati per il vero, la geolocalizzazione non permette un analisi fine, però è accertato che gran parte dei tweet si originarono al di fuori dei confini geografici della rivoluzione verde. Inoltre secondo Christensen 2011 “il governo iraniano usò la tecnologia per monitorare gli utententi di internet e i loro messaggi rendendo più semplice la sorveglianza,la disinformazione e la repressione”. Dunque un twitter e rivoluzione puro mito?

Forse i cinguetii non sono e non saranno  l’arma finale della democrazia, però è anche vero che attraverso i 140 caretteri gli iraniani hanno  a) sfidato con successo il monopolio dei media del regime, b) reso notiziabili a livello globale fatti che altrimenti sarebbero stati censurati dalle forze fedeli a AhmadinejadSimbolo di vittoria della rivoluzione verde

Iran fuori dall’Iran ( ma dentro Twitter)

Che cosa è successo dunque? I nuovi media hanno aiutato a colmare il divario profondo che esisteva tra gli attivisti dentro e fuori la Persia. Siti di social networking come Facebook, Twitter e Balatarin hanno connesso iraniani  in tutto il mondo. Con il giro di vite sui canali media tradizionali  anche la menzione dei nomi dei leader di opposizione sui giornali  in patria era stata vietata (Kamali Dehghan 2010), così Internet giocò un ruolo vitale nel mantenere dissidenti e attivisti in contatto e a far circolare notizie e informazioni. Siti web creati e gestiti  fuori dell’Iran furono ( e sono)  visitati soprattutto dagli iraniani in Iran, questo implica che si è sfidato con successo i filtri di bypass messi dal regime (Shirazi 2010). Canali satellitari con sede principalmente negli Stati Uniti e in Europa hanno milioni di telespettatori in Iran.  Nonostante tutte le misure adottate dal governo, gli iraniani in tutto il mondo hanno potuto e possono incontrarsi online per comunicare le ultime notizie  e per scambiarsi idee.  Questa è una parziale  risposta al fatto che molti tweet su #iranrevolution nacquero in occidente o comunque in molte parti del mondo, ricalcando i confini della diaspora iraniana. Il numero di iraniani che vivono all’estero è stimato tra mezzo milione a 2 milioni di persone, secondo alcuni fonti accademiche si arriva anche ai 4 milioni di Christina Monitor (Radio Farda 2010). Questo spiega anche la “radicalizzazione” della protesta, gli esuli in contatto con il mondo occidentale erano  ( e sono) anche più inclini  a posizioni più “liberal”, a prescindere dalle reali possibilità politiche in patria, e  la politica è dopotutto una scelta di mezzi idonei per conseguire fini  raggiungibili.  Un leader dell’opposizione, Ezatollah Sahabi (2009), inviò una lettera aperta agli ‘iraniani all’estero’ chiedendo loro di non incentivare obiettivi inverosimili:” Connazionali che vivono al di fuori dell’Iran sono più sensibili, a causa della natura del vivere all’estero, a condurre le persone ad avere idee troppo  ‘soggettive’ sulla realtà interna. Inoltre, molti connazionali che amano la loro terra e vorrebbero tornare potrebbero diventare impazienti e ‘affrettati’ … portando a un aumento dei livelli di aspettative …”

Epilogo

La rivoluzione fallì anche perchè non uscì dai ceti medio alti della società iraniana. Non dimentichiamoci che la popolazione rurale e la fetta meno ricca della popolazione cittadina non ha accesso a internet  ed è rimasta esposta alla propaganda unilaterale del regime diffusa dai media tradizionali saldamente in mano a Ahmadinejad.  Lo iato delle aspettative,  fra chi vive fuori e dentro il regime  rappresenta una criticità importante per il movimento, così come la sua incapacità di coinvolgere ( mi si permetta il termine un pò vintage) la classe lavoratrice.

Detto questo, un fatto illuminante sul ruolo “democratico” dei nuovi media  è un episodio di cronaca del 2010: un uomo sospettato di adulterio venne accoltellato a morte dal marito geloso sotto gli occhi di vari spettatori e di due poliziotti compiacenti che per tutta la durata delle violenze , 45 minuti, non intervennero. Il video dell’episodio criminoso venne postato su youtube e scatenò una protesta su siti di social networking, dove furono duramente criticate la polizia e gli spettatori della scena.Il Parlamento dovette tenere  una riunione per discutere l’evento (Mehrnews 2010) e la polizia, che di solito non risponde al pubblico, dovette sanzionare  gli agenti di polizia.

 

Iran Twitter e rivoluzione domani

E’ l’Iran la più grande democrazia del medioriente?”Questo il titolo di  un articolo del wall street journal del maggio 2014  autore  l’israeliano Yuval Porat, consulente strategico di diverse campagne politiche in Israele. Porat pubblicò i risultati di una sua ricerca condotta nel 2011 con un sistema molto innovativo che coinvolse 162.994 intervistati appartenenti a 64 diversi paesi e i risultati furono valutati utilizzando in a base dell’aderenza ai valori dell’indice normalmente adoperato da Freedom House .Donna Iraniana sorridente

Dalla ricerca emerge un ampia adesione della popolazione iraniana ai principi della cultura democratica, in particolare:  l’importanza della scelta individuale (94%) e della tolleranza nei confronti di altri gruppi (71%), valori superiori a quelli indiani, che pure è considerata da tutti una democrazia a tutti gli effetti. Porat ovviamente mette in evidenza il grande divario fra potenzialità democratiche e reale offerta politica nel paese, che rappresenta forse un “unicum” mondiale. Ma il paradosso è solo apparente, se si pensa che l’Iran sia passato in trent’anni da 30 milioni a 80 milioni di abitanti : sono molti i giovani desiderosi di partecipare alla vita sociale ed economica  del proprio paese, ma nonostante l’attuale, elevatissimo, stato di tensione esistente tra la  società civile e l’establishment politico,  una nuova imminente rivoluzione sembra inprobabile

Una rondine non fa primavera, un tweet non fa una rivoluzione, ma come diceva Totò è anche vero che è “la somma che fa il totale”

Romance in Durango: e se ci fosse una “perla” nascosta?

Sette è un numero particolare, sinonimo di perfezione, e Romance in Durango è proprio  la settima traccia di Desire uno degli album più noti di Dylan: Desire, si proprio quello in cui c’è la famosissima  “Hurricane” , proprio quello celebrato dai fasti   della “ Rolling Thunder review”.

Desire l'album di Dylan

 

De Andrè ne farà una stupenda cover ” Avventura a Durango)  che inserirà nell’album “Rimini” e che analogamente riproporrà nella sua personale “Rolling Thunder review” il concerto con la PFM . Sulla versione del cantautore genovese Scrive Paolo Vites in ( Bob dylan 1962-2002 40 anni di canzoni)   “molte sono state le traduzioni in Italiano di Dylan… ma sicuramente quella di De Andrè è una fra le più nobili sia per l’accuratezza lirica che per l’elegante arrangiamento. Una curiosità De Andrè traduce il ritornello spagnolo in un dialetto meridionale, secondo alcuni è napoletano , ma non lo è , si tratta di una versione napoletaneggiante deandreaina

 

Lp Rimini

Che dire di nuovo dopo quasi  40 anni su questa meraviglia dylaniana?  Quali novità potrà mai portare un ennesimo articolo su questa canzone?  Eppure una cosa evidente che nessuno ha mai detto su questo piccolo capolavoro dylaniano  c’è , ma andiamo con ordine.  “Desire”: il nome è tutto un programma il filo conduttore è la ricerca il desiderio dal sogno finto di “Mozambique” al desiderio di riscatto di “joey”,  alla sete di giustizia di “Hurricane” , al  desiderio di toranre   con “ Sara”.  “Desire”  è costellato da aspirazioni  e viaggi che rimangono per lo più senza approdi, “Romance in Durango” è in questo è esemplare: una fuga finita male, tragicamente.

Siamo in Messico  non ci sono dubbi interpretativi di sorta, Durango è una città messicana, messicana la musica, spagnolo parte del  ritornello, messicano tutto il contesto narrativo della canzone.  C’è un omicidio all’origine della fuga, l’omicidio di Ramon, chi sia questo Ramon e perché il protagonista gli abbia sparato non si sa,  si sa che la sua faccia è bloody  “sanguinosa”, ma può anche essere un dispregiativo tipo “maledetto”,  si sa solo che il  protagonista e la sua amata (Magdalena) fuggono. Da segnalare però che nel coevo  film dylaniano & dylaniato “Renaldo & Clara” c’è un Ramon, l’amante morto di Mrs dylan ( in Alessandro Carrera La Voce di Bob Dylan una spiegazione dell’America)

 

chili-peppers-692007_1280L’uomo vende la chitarra per un po’ di pane e un nascondiglio provvisorio per  poi volare via  di tutta fretta.  “hot chili in the blistering sun” siamo nel deserto  e durante la fuga vengono evocati tutti i “must” messicani (rovine azteche, tequila, corrida etc.). Il sogno di una nuova vita a Durango dove finalmente i due si sposerano: “Poi il frate reciterà le preghiere degli antichi nella piccola chiesa su questo lato della città/indosserò stivali nuovi ed un orecchino d’oro/ tu brillerai per la luce dei diamanti nel tuo abito nuziale”. Ma un agguato notturno ferma la fuga dei due fidanzati: dove l’improvviso tuonare di un fucile interrompe il viaggio della speranza,  “Cos’era quel tuono che ho sentito? La mia testa sta vibrando sento un dolore acuto  vieni a sederti vicino a me, non fiatare”….” presto Magdalena prendi il fucile potremmo non farcela a sopravvivere alla notte”  e qui termina la narrazione di Dylan  lasciando i nostri eroi accerchiati destinati a una fine immininente.  Da più parti viene confermato che fonte di ispirazione di  “Romance in Durango”  sia proprio  una cartolina spedita  da Levy  (coautore dei testi)  dal Messico raffigurante dei peperoncini baciati dal sole messicano. Ok  va bene i peroncini iniziali, il primo verso della canzone, ma tutto il resto a cosa si ispira?

La mia tesi è che ci fu anche un’altra fonte, magari  anche solo inconsapevole nel retropensiero di Dylan,  la fuga,  il tragico epilogo, ricordano troppo la trama del breve romanzo di Steinbeck  “La Perla”.

Come si sa Steinbeck fu un autore molto frequentato da Dylan e quindi la cosa mi sembra più che plausibile,  ma andiamo a vedere ulteriori dettagli. “la Perla”, ambientata anch’essa nell’America latina,  parla del sogno di un riscatto finito tragicamente (in linea con il tema trasversale di desire) è la storia di un pescatore indio Kino  della sua moglie Juana e del figlioletto Coyotito.The Pearl

Il pescatore trova una perla nera magnifica “ la perla del mondo”, ma sono molti quelli che vogliono portargliela via, finchè una notte non si scontrò con  uno uno sconosciuto, Kino uccise il ladro ma spaventato di decise di scappare con la famiglia, attraversare il deserto e di andare a vendere la perla nella capitale.  Nel viaggio favoleggiano della nuova vita, ma una notte cadono in un imboscata, si riparano fra le rocce cercando un nascondiglio nel buio, ma il pianto del bimbo viene scambiato per il verso di un coyote  e il figlioletto  viene colpito da un colpo di fucile dei banditi che pensavano di sparare a un predatore notturno. Distrutti dal dolore Kino e Juana tornano nel villaggio natale e buttano la perla in mare convinti che porti solo tragedie e dolori .  In entrambi  i contesti c’è la fuga nel deserto a seguito di un omicidio , l’imboscata notturna e il colpo di fucile che strazia il sogno di un riscatto.

In entrambi i casi ci si sposta dalla città natale verso una città più grande dove poter condurre una vita migliore. Certo le variazioni sono molte, qui non c’è il figlioletto, il protagonista non è un pescatore e sarà con tutta probabilità lui a morire  e non il bambino,  inoltre l’omicidio che scatena la fuga  nel caso di Steinback è perpetrato con il coltello, in Dylan  con un fucile,  il primo avviene di notte lungo le strade,  il secondo in un osteria  a un‘ora imprecisata.  Ma è più che altro il senso del romanzo e quello della canzone che collimano troppo e che mi fanno propendere  per unainfluenza della “Perla” su “Romance in Durango”. Sarà veramente così? La risposta amico soffia nel vento

dylan versione Western

Porco Rosso: l’Italia che vola

Per me è il migliore, non c’è partita, l’incanto per gli arerei degli anni 30, per il Mediterraneo, per una Dalmazia e una Milano fantasy. No, non c’è partita, glporco rossoi altri film di Myazaki saranno anche più belli, ma Porco Rosso è il mio, il supermio. Sicuramente il film più aviatorio e italico del grande regista giapponese: protagonista un immaginario asso dell’aviazione italiana della prima guerra mondiale Marco Pagot.

Il nome è un chiaro omaggio al figlio (Marco Pagot appunto ) di uno dei maestri dell’animazione italiana. L’artista giapponese aveva lavorato insieme ai due fratelli  Gina e Marco Pagot alla creazione di una serie di cartoni animati: “il fiuto di sherlock Holmes”

Porci con le ali

Perché Porco Rosso? Bella domanda! beh possiamo dire senza indugio per il fatto che  il volto di Marco è stato trasformato in un grugno suino da un sortilegio, ma quale sortilegio? E  perchè? Qui entrano in gioco diversi temi cari  a Myazaki: la metamorfosi, la maschera/volto, il porco (nel senso del maiale). E’ perché Marco si sente terribilmente in colpa per essere l’unico sopravvissuto della sua squadriglia? Sono gli altri che lo vedono così perché implicitamente lo condannano per non avere condiviso l’eroica fine dei suoi compagni d’arme o perché è antifascista? E’ la collettività che lo vede così perché Marco Pagot, autocondannandosi per essere sopravvissuto, vive ai margini della società? “ Meglio essere maiali che fascisti” dirà a un certo punto del film.

Nella “Città incantata” i genitori di Chihiro vengono trasformati in maiali perché ignoranti e irrispettosi del contesto, il senza volto è il demone che non ha amici, non ha relazioni. Sono le relazioni con il mondo che definiscono come appariamo agli altri, il volto, l’identità e infatti le uniche persone  che a tratti vedono la faccia umana dell’asso italiano sono le sue amiche/fidanzate.

In realtà, ha ragione Luigi Gavazzi a definire Porco Rosso un personaggio volutamente opaco, nel senso che si sono appositamente occultati elementi strategici della personalità (il perché del sortilegio, chi o che cosa ha creato la metamorfosi etc.) per rendere più profondo il personaggio. In fondo è come nella vita reale:  quando incontriamo le persone non sappiamo tutto di loro.

Porco Rosso sul suo aereo

Rosso di sera bel volo si spera

Vabbè questo per il porco, ma il rosso? È il colore dell’areo di Marco, un bellissimo idrovolante le cui linee citano i SIAI 12 e 13, ma è sostanzialmente inventato.

Il maestro giapponese coglie però tutto il fascino di quegli albori aviatori dove il legno e la tela la facevano da padroni e gli aerei lucenti, completamente in alluminio, erano ancora tutti a venire. Da segnalare che anche il nome dello studio “Ghibli”  cita un famoso aereo italiano il Caproni CA  309 Ghibli

SIAI 13 storico
SIAI 13
Siai 12
SIA 12

 

 

 

Linee lavorate a mano, con accuratezza artigianale, fra tecnologia e alta sartoria, fra industria e laboratorio, così nascevano gli intrepidi aerei delle prime trasvolate e, a proposito delle prime trasvolate, Ferrarin il grande amico  di Porco Rosso è una citazione di Arturo Ferrarin che con Guido Masiero fu l’eroe della trasvolata “Roma-Tokyo”.

Furono eroi veramente: fra tutti i partecipanti della trasvolata loro erano i più giovani e con gli aerei meno prestanti, il velivolo di Ferrarin aveva la cloche che per uno svergolamento della testata del motore tendeva a girare a  sinistra e dovette legarla con un elastico alla fiancata destra per compensarne l’errore.

Ferrarin secondo Miyazaki
Ferrarin amico di Porco Rosso
Arturo Ferrarin storico
Arturo Ferrarin l’eroe della trasvolata Roma -Tokyo

Essendo reduci, poveri di lira ( siamo nel 1920) Arturo Ferrarin e Guido Masiero per recuperare una carta geografica che potesse condurli in Giappone,  dovetterlo rub…prenderla in prestito ad un vicino ufficio romano.  Quando Ferrarin arrivò a Tokyo, battendo i concorrenti più blasonati, fu trattato con tutti gli onori e il suo aereo (Ansaldo SVA 5) conservato con sacrale cura nel museo cittadino. Masiero non venne ufficialmente considerato vincitore perché ad Hanoi sfasciò l’areo e dovette effettuare una tappa  in treno, quindi non completò tutto il tragitto volando. Al termine del secondo conflitto gli americani vollero portarsi in trionfo negli USA il biplano di Ferrarin ma se lo persero durante il viaggio.

 

Milano secondo Porco Rosso

E l’Italia poi brilla nella Milano dove Porco Rosso cerca rifugio per ricostruire il proprio aereo danneggiato in un duello aereo. Una città manifatturiera, capitale dell’impresa familiare, con anche le nonne e le nipoti al lavoro, una Milano completamente inventata urbanisticamente, con un Naviglio grande come la Senna,  ma colta nel suo spirito di “città del fare“. E’ come se con una architettura di assoluta fantasia Myazaki volesse  evidenziare un tratto reale nella città, quello di una modernità ordinata e industriale. Ma da Milano Marco Pagot scapperà inseguito dai fascisti e aiutato appunto da Ferrarin,  portandosi  con sé un peLa Dalmazia di Porco Rossozzo della città ambrosiana: la vitale e imprenditiva Fio, una fanciulla tutta volo e impresa.

 

Mediterraneo da volare

porco rosso dalmaziaE c’è un’Italia adriatica, un‘Italia particolare, di confine, incantata, multietnica, una Dalmazia inventata nelle architetture, ma reale nella magia del mare, nella luce della natura, secondo alcuni si tratta dell’Istria, ma visto le costellazioni di tante piccole isole mi sembra più probabile la costa dalmata, una regione ancora più ai confini dell’allora regno d’Italia, contraddistinta da un’italianità ancora più adriatica, mitteleuropea e balcanica. Ma l’indizio decisivo è la cartina che Porco Rosso tiene in mano nelle scene iniziali , quando lo chiamano per liberare le bambine ostaggio dei pirati, nel riquadro in alto a destra si vedono chiaramente le lettere “La Dalma..” Da notare che pur essendo ambientato nella Dalmazia italiana, le denominazione delle isole nella cartina sono indicate in croato, ma messe a caso senza nessun riferimento geografico reale ( un pò come mettere Modena e Vercelli in Lombardia). In effetti la Dalmazia è vissuta qui un po’ come il Marocco nel film “Casablanca”, un porto franco, un via vai di avventurieri  come il cacciatore di taglie Porco Rosso , come i pirati “Mammaiuto” altra italica citazione aviatoria: il “mammaiuto” era il nomignolo di un idrovolante italiano   incaricato, durante il secondo conflitto, di recuperare i piloti abbattuti o i marinai naufragati.

CANT_Z.501
CANT-Z.501

Ed è un Mediterraneo lontano dalle grandi capitali in cui appunto i reietti, i romantici, gli avventurieri, gli sconfitti, creano un loro cosmo che ha come cuore l’Hotel Adriano; qui, a differenza di Casablanca, non c’è Sam che suona al pianoforte, ma c’è Gina una cantante molto legata a Marco. Del rapporto fra lui e lei poco è dato di sapere se non che è profondo, tenero, sofferto, nascosto. La canzone cantata da Gina durante la sua esibizione è “Le temps des cerises”, una canzone francese dedicata alla morte di una donna durante la cosiddetta settimana di sangue negli ultimi giorni della comune di Parigi, anche qui troviamo un simbolo di un’utopia finita di un inno di sopravvissuti, a un’esperienza diversa e sanguinosa.

Secondo me però siamo distanti dal Mediterraneo di Salvatores, la situazione è più aperta: qui i protagonisti crescono, evolvono. Non è solo un asilo per gli sconosciuti, un posto dove nascondersi, è più un porto, anzi un aeroporto da cui ripartire.

E la trama di Porco Rosso ? Di cosa si parla, cosa succede? Beh, chi lo ha già visto lo sa, per gli altri la cosa migliore è vederlo.

Adozione: e Misha disse ancora..

Misha e papàAdozione: quattro anni son trascorsi da quella notte, la notte prima di incontrare mio figlio, quattro estati hai già passato con noi caro Misha, occhi da cherubino, fisico da Bruce Lee, sorriso da monello e nibelungo crine color del grano.  Misha Misha così tanto, così poco è passato, tutte le volte che vedo un bimbo coccolato dalla mamma mi chiedo chi all’epoca lo fece per noi e soprattutto se qualcuno lo fece mai, almeno qualche volta.

Misha, Misha sapessi come è strano essere russo da parte di figlio,  essere riconoscente a quell’impero che ti partorì e insieme addolorato per tutto quello che non seppe darti, per tutto quello che ti tolse,  ma ti mise in salvo, novello Mosè, affidandoti a un’arca galeggiante, non era il Nilo era il Volga, non era una culla di paglia ma una rete di persone, leggi, associazioni che ti portarono a noi, e soprattutto non era la figlia del faraone che ti raccolse, ma una coppia più ricca di cuore che di soldi e perizia.

Ancora non ti conoscevo e già mi immaginavo tu da grande che ti facevi domande del tipo “ ma non potevano essere due di Parigi, Madrid, Los Angeles, Berlino,  no di Novara mi son toccati “ Eppure fu così non da Londra, non da Washington venne la tua famiglia adottiva, ma da una cittadina minuta, ordinata, modesta come la casa di una maestrina di campagna.

Eppure quando ti incontrai la prima volta sentii che ci stavamo aspettando, che in qualche parte nel cosmo era scritto che ci incontrassimo e che divenissimo una famiglia, la stessa sensazione che provai per tua madre qualche anno prima. Facile mitopoietica degli affetti? Non so, però è una sensazione profonda e radicata come il ricordo della prima volta che ti vidi. E tu mio caro Misha cosa dicesti quel primo giorno quando ci presentarono a te? niente, solo dopo qualche invito chiedesti all’interprete “ ma che lingua parlano questi?”

E tu partisti fidandoti del sorriso di due sconosciuti, del tuo cuore grande, del tuo desiderio di casa, rinunciasti a tutto quello che avevi, a quel poco che la vita ti aveva lasciato, la lingua, i tuoi giochi da cortile, i tuoi cartoni animati, ti giocasti tutto mettendo le tue manine nelle nostre, contenendo la paura dell’ignoto come potevi, come sapevi.  E io ti chiesi “Misha andiamo in Italia sei contento?” e tu dicesti “sunka”( borsa) e prendesti una borsa della spesa ci mettesti dentro una macchinina, una bottiglia d’acqua e uno spazzolino da denti, te la mettesti sulle spalle e infine dicesti “idiom!”  (andiamo!)

Adozione: noi abbiamo adottato te ma tu adottasti noi

Misha Misha sapessi che responsabilità essere padre di un bimbo che ha affrontato sfide che io non ho mai incontrato, sapessi che importanza hai dato alla mia vita e a quella della tua mamma, sapessi quante volte il tuo sorriso mi ha rassicurato, il tuo sguardo mi ha rasserenato. E’ vero tu ci presentasti il conto di tutti i debiti che la vita aveva contratto con te e noi, forti solo delle nostre anime, ci lanciammo nella costruzione della tua nuova casa, della tua nuova famiglia, non fu facile ma neanche difficile, fu la difficoltà della fatica, della pazienza, del mettersi  a tema,  dell’edificare le certezze giorno per giorno senza prenderle a prestito da altri

E tu dicesti: “aMisha gioca nella Piazza dei Miracolih l’Italia il più bel paese del mondo”