Recensione del film Metropolis: il Robot fra scienza e magia

Robot e pentacolo

3695_bigRecensione del Film Metropolis? un’impresa commentarlo. Il film è un mito che ha creato a sua volta altri miti uno fra tutti: il robot.  Metropolis  è un’opera titanica:  1.300 kilometri di pellicola impressionata, un viaggio lungo da Bolzano a Reggio Calabria,  il montato originale del film era di 4.200 metri, poco meno del Monte Rosa e molto di più del Gran Sasso. Un’opera visiva che ha influenzato l’immaginario collettivo per quasi un secolo, citata in mille e uno capolavori ( Brasil, Blade Runner, Guerre Stellari) omaggiata dai Queen per i video di Radio Gaga. Metropolis è un film che  a causa della sua stessa mole è difficile da maneggiare con cura, meriterebbe un romanzo a sè anche solo la storia  delle varie versioni che si sono succedute negli anni, tagliate, ricucite, perse e ritrovate nel corso della storia travagliata del 900.

Autori:  Fritz Lang e la di lui moglie Thea Von Harbou, Metropolis fu distribuito per la prima e ultima volta a Berlino nel 1927, e si perchè dopo quella proiezione la versione integrale smise di circolare, la pelliccola venne tagliata, sintetizzata, rimontata e ridistribuita, prima in Germania, poi nel mondo..

Una Recensione di Metropolis è anch’essa un lavoro imponente e che rischia di avere un kilometraggio più lungo del film, ( il primo quello di Berlino) non si scala una montagna tutta in una volta, bisogna farlo a tappe, e in questa tappa ci dedicheremo all’icona forse più famosa di Metropolis: il robot 

Andiamo con ordine: la trama in sè del film, la cronologia dei fatti è abbastanza scheletrica, la polpa, la sostanza del film sta nei simboli, nella potenza delle immagini nell’innovazione tecnica utilizzata da Fritz Lang. Purtroppo  i vari distributori cinematografici fecero un ragionamento diametralmente l’opposto: tagliarono la pellicola seguendo l’ossatura del racconto eliminando parte del  cuore  del film, inquadratura innovative, scene simboliche.

Ci troviamo in un ipotetico futuro ( 2026)  dominato da un enorme città Metropolis appunto. La società è divisa in rigide caste, in cui un piccolo vertice di beati possidenti vive sostenuto da una larga base di proletariati, solo un sottile strato di classe media divide l’eden dei ricchi dall’inferno della moltitudine: sono i servi, gli impiegati dei magnati. La struttura sociale si rispecchia in quella architettonica: gli operai vivono in casermoni costruiti sotto terra, mentre i ricchi abitano attici che torreggiano su giganteschi grattacieli.

Maria coni bambiniFreder nel club dei figli

 

Per sbaglio un giovane ragazza, Maria, con un gruppo di  bambini figli di operai, entra  nel paradisi pensili  di Metropolis, il suo sguardo si incrocia con quello del giovane  Feder  il figlio del più grande capitalista di Metropolis, Johann Fredersen.  Per il ragazzo è subito amore, ma il gruppo viene immediatamente rispedito nelle viscere della città senza troppi complimenti.  el non si rassegna e parte alla  ricerca di Maria iniziando il suo viaggio verso il basso,  verso le profondità della città ,  una discesa agli inferi in cui prenderà coscienza della realtà che si estende oltre le mura del “Club dei figli”  l’area sopraelevata dedicata agli svaghi dei giovani signori. La madre di Feder, Hel,  morì dandolo alla luce, ma  prima di sposarsi con Joan Fredersen era amica di un giovane scienziato Rotwang. Non si sa quanto questa amicizia fra Hel e Rotwang fosse corrisposta o quanto fosse intima,  si sa però che  l’amore dello scienziato divenne ossessione dopo essere stato lasciato  e soprattutto dopo la donna morì. Rotwang costruisce un robot destinato a prendere le fattezze di Hel, ma il ricco padre di Freder  gli chiederà bene altro. Infatti i due seguendo una mappa segreta in possesso di un operaio  scoprono che Maria sta radunando gli operai nelle vecchie catacombe di Metropolis per diffondere il verbo dell’avvento di un “mediatore” che riporti armonia nella società.

I grattacieli di metropolis

Ma non basta vengono anche a sapere della relazione che sta nascendo fra Maria e il giovane Freder, il magnate quindi  ordina a Rotwang di dare le fattezze di Maria al robot  in modo che la “maria-macchina” distrugga il movimento degli operai e la relazione con suo figlio. Così lo scienziato rapisce Maria e attraverso un  diabolico dispositivo conferisce l’aspetto della giovane ragazza al robot. Da notare che nel film  non si usa mai questo termine, robot , che è un vocabolo cecoslovacco che significa”lavorare in modo pesante”, ma  come detto  è proprio su questo elemento che vorrei approfondire la mia recensione del film  Metropolis

Io robot

dicevamo:  il termine nasce in Cecoslovacchia, lo si deve a  Josef  Capek  artista cubista e romanziere  fu lui a suggerire questa parola al fratello Karel  che la rese popolare  nel suo dramma teatrale i “Robot Universali di Rossum” del 1920. In verità gli automi dell’opera di Capek erano composti di materiale organico, non erano quindi macchine in senso stretto, se vogliamo erano più simili alla creatura di Frankestein, però a differenza del romanzo della Shelley  non erano mostri nati al di fuori della società,  ma strumenti prodotti in serie funzionali alla società. Onestamente non so se fu Metropolis il primo film in cui compare una macchina a fattezze umane,  ma certamente fu l’opera di Lang a crearne lo stereotipo nell’immaginario collettivo (il simpatico D3 BO di guerre stellari  ne è una palese citazione).

L'attore di D£BO,Brgitte Helm nel costume da Robot

 

 

Maschinenmensch la definisce Tea Harbou (seceneggiatrice dell film e moglie di Fritz Lang)  Paolo Bertetto nel suo bellissimo  saggio “Fritz Lang Metropolis”  ( senza dubbio la più completa recensione del film  Metropolis  in italiano) identifica una lunga tradizione culturale a cui fa riferimento la sceneggiatrice che parte dall'”Homme Machine” di Offray de la Mettrie ( 1748), passa da “Isabella von Aegypten” (1800)  di  Achim Von arnim,  all’Olimpia di “Der Sandmann” di Hoffmann e  arriva all’ “Eve future”  (1886) di Villiers de l’Isle Adam , in questo testo, fra l’altro, compare per la prima volta il termine “androide”.  Scrive Paolo Bertetto “sono tutti testi  che delineano la figura del Maschinenmensch come forma di sintesi  fra la tecnologia e l’umano e la immaginano come essere di sesso femminile”. Kracauer sottolinea invece la ripresa di alcuni temi di “Homunculus ” 1916 film di Otto Rippert,  un androide che travestito da operaio incita a sommosse che forniscono il pretesto al dittatore per repressioni spietate.

Ma sicuramente  il  primo uomo, meglio donna, macchina protagonista della storia del cinema  fu  quella creata dal duo Lang /Harbou e interpretato da Brigitte Helm ( che poi è anche l’attrice che ricopre il ruolo di Maria).  Devo dire la che la cosa che mi ha sempre colpito sin da piccolo, guardando le immagini del film sulla mia vecchai enciclopedia universale è che nel laboratorio di Rotwang  dietro il robot, troneggia un enorme pentacolo a punta rovesciata perchè ? le mie ipotesi sono tre.

 

Il robot, Rotwang e il PentacoloLa prima: il passaggio del testimone dalla magia alla scienza, nel mondo di oggi e ancor più quello del futuro, la scienza realizza le promesse della magia. la stella a cinque punte è un simbolo che appartiene a molte culture, simboleggia fra  l’altro il creato il rapporto fra l’uomo e il creato, nella stella a cinque punte si può iscrivere la figura dell’uomo, la testa nel punta in alto gli arti in quelle laterali, il pentacolo qui può quindi  indicare lo scimmiottamento dell’uomo  nella genesi dell’essere umano.

La seconda: il robot verrà usato poi per scopi diabolici e apocalittici in senso stretto, e in effetti la stella nel laboratorio è riprodotta capovolta, un simbolo caro alla cultura pop satanista. Per verificare questa teoria bisognerebbe provare che già  negli anni di Lang la stella a cinque punte capovolta avesse già un significato demoniaco. Se teniamo buona questa pista la stella è profetica del progetto satanico dello scienziato

La terza: una citazione di “Der Golem” ( in italiano Il golem :ecco come venne al mondo) famoso film espressionista di Wegener ed è simbolo della creazione, o meglio di ri-creare il mondo

Io Golem

Paul Wegener ( 1874-48) fu il primo a introdurre nel cinema il mito del golem, l’essere d’argilla al quale il misticismo ebraico della Cabala infonde vita. Il mito del Golem probabilmente nasce da una vulgata che prende le mosse da un’ interpretazione troppo letterale di un rito cabalistico. In questa particolare liturgia  l’iniziato  Cabala ripercorre il testo della genesi modellando un uomo con l’argilla, la statua però, nell’interpretazione della mistica ebraica, aveva solo scopi rituali e l’officiante non aveva pretese di conferirgli effettivamente la vita.Il Golem con stella a cinque punte

Wegener utilizza la leggenda per dare corpo e sostanza al film e nel capolavoro espressionista vediamo il rabbino Jehuda Löw creare una potente creatura d’argilla per difendere il ghetto di Praga dall’editto di Rodolfo secondo. La statua si anima se il rabbino inserisce nel petto un cartiglio con su scritto la parola Emeth “verità”,  e si disattiva se glielo si estrae, aprendo il medaglione che il Golem ha sul petto. Ora nel film di Wegener questo medaglione è a forma di stella capovolta, inoltre la stella a cinque punte  ritorna anche nella pagina magica in cui si illustra il rito per la creazione del Golem. Anche in Metropolis Rotwang conferisce vita a una creatura inanimata, proprio come fece anche Jehuda Löw,ma non è più una mistica magia a compiere il miracolo ma è la scienza del futuro. Mentre il Golem è essenzialmente un bambino incosciente del bene e del male, qui il robot è completamente nelle mani dello scienziato ed esegue in modo ineccepibile un piano diabolico, mentre in Wegener Golem diviene pericoloso perchè traviato dalle basse emozioni umane e troverà la propria fine a causa della propria ingenuità, in Lang la macchina uomo è malvagia e viene distrutta dall’ira della folla.

Magia della Scienza

Quindi lo scienziato pazzo prende il posto del diabolico stregone? scoprire nuove tecnologie nuove leggi è come evocare demoni dagli abissi?  la radici della scienza sono nella magia? Forse al di là del diverso modo di pensare,  agire, conoscere e sperimentare il cuore della scienza, le motivazioni, l’animo è quello dei maghi antichi che volevano sfidare la natura per piegarla ai propri voleri. Oppure  in realtà Rotwang era proprio un mago e quello che sembra scienza era solo magia? è il diavolo che rientra nella storia umana attraverso la “backdoor” di alambicchi, valvole, ingranaggi, attraverso l’ossessione di un amante deluso? Che Rotwang in fin dei conti fosse solo un malvagio Jehuda Löw  travestito da scienziato?  Tra l’altro in una versione del romanzo di Metropolis la Harbou descrive Rotwang  effettivamente come l’erede  di un vecchio Mago, “discepolo del diavolo” , venuto dall’oriente. ( ma è un’interpretazione ulteriore della Harbou rispetto al film, o al contrario una lettura autentica del protagonista? vera recensione di Metropolis o suo personale ampliamento?)Metropolis iscritta nel Pentacolo

In Metropolis questo continuo intreccio fra simboli religiosi e magici è una costante e il pentacolo  lo ritroviamo anche nella enorme ziggurat grattacielo di Johan Freder che ha pianta pentastellare appunto, questo ciclopico edificio è  una evidente  metafora della torre di Babele, rifare il creato ( il pentacolo appunto)  sfidando Dio e quale sfida più alta se non quella di ricreare la vita?  quale evento può essere più diabolico che la completa sostituzione dell’uomo con la macchina?  quale fine può avere rimpiazzare l’uomo con dei robot se non quello demoniaco di distruzione della società e pieno dominio sull’uomo  da parte di colui  che si è fatto dio?

Sono questi i temi che Metropolis ci lancia con l’ingenuità della meccanica industriale dei primi del 900, ben lontana dalla sofferta complessità  cyberpunk e  biogenetica di un Blade Runner,  argomentazioni in bianco e nero,  divise fra bene e male in modo netto come la luce dalle tenebre, un tematizzare espressionista, ma non per questo meno attuale.

 

 

 

Porco Rosso: l’Italia che vola

Per me è il migliore, non c’è partita, l’incanto per gli arerei degli anni 30, per il Mediterraneo, per una Dalmazia e una Milano fantasy. No, non c’è partita, glporco rossoi altri film di Myazaki saranno anche più belli, ma Porco Rosso è il mio, il supermio. Sicuramente il film più aviatorio e italico del grande regista giapponese: protagonista un immaginario asso dell’aviazione italiana della prima guerra mondiale Marco Pagot.

Il nome è un chiaro omaggio al figlio (Marco Pagot appunto ) di uno dei maestri dell’animazione italiana. L’artista giapponese aveva lavorato insieme ai due fratelli  Gina e Marco Pagot alla creazione di una serie di cartoni animati: “il fiuto di sherlock Holmes”

Porci con le ali

Perché Porco Rosso? Bella domanda! beh possiamo dire senza indugio per il fatto che  il volto di Marco è stato trasformato in un grugno suino da un sortilegio, ma quale sortilegio? E  perchè? Qui entrano in gioco diversi temi cari  a Myazaki: la metamorfosi, la maschera/volto, il porco (nel senso del maiale). E’ perché Marco si sente terribilmente in colpa per essere l’unico sopravvissuto della sua squadriglia? Sono gli altri che lo vedono così perché implicitamente lo condannano per non avere condiviso l’eroica fine dei suoi compagni d’arme o perché è antifascista? E’ la collettività che lo vede così perché Marco Pagot, autocondannandosi per essere sopravvissuto, vive ai margini della società? “ Meglio essere maiali che fascisti” dirà a un certo punto del film.

Nella “Città incantata” i genitori di Chihiro vengono trasformati in maiali perché ignoranti e irrispettosi del contesto, il senza volto è il demone che non ha amici, non ha relazioni. Sono le relazioni con il mondo che definiscono come appariamo agli altri, il volto, l’identità e infatti le uniche persone  che a tratti vedono la faccia umana dell’asso italiano sono le sue amiche/fidanzate.

In realtà, ha ragione Luigi Gavazzi a definire Porco Rosso un personaggio volutamente opaco, nel senso che si sono appositamente occultati elementi strategici della personalità (il perché del sortilegio, chi o che cosa ha creato la metamorfosi etc.) per rendere più profondo il personaggio. In fondo è come nella vita reale:  quando incontriamo le persone non sappiamo tutto di loro.

Porco Rosso sul suo aereo

Rosso di sera bel volo si spera

Vabbè questo per il porco, ma il rosso? È il colore dell’areo di Marco, un bellissimo idrovolante le cui linee citano i SIAI 12 e 13, ma è sostanzialmente inventato.

Il maestro giapponese coglie però tutto il fascino di quegli albori aviatori dove il legno e la tela la facevano da padroni e gli aerei lucenti, completamente in alluminio, erano ancora tutti a venire. Da segnalare che anche il nome dello studio “Ghibli”  cita un famoso aereo italiano il Caproni CA  309 Ghibli

SIAI 13 storico
SIAI 13
Siai 12
SIA 12

 

 

 

Linee lavorate a mano, con accuratezza artigianale, fra tecnologia e alta sartoria, fra industria e laboratorio, così nascevano gli intrepidi aerei delle prime trasvolate e, a proposito delle prime trasvolate, Ferrarin il grande amico  di Porco Rosso è una citazione di Arturo Ferrarin che con Guido Masiero fu l’eroe della trasvolata “Roma-Tokyo”.

Furono eroi veramente: fra tutti i partecipanti della trasvolata loro erano i più giovani e con gli aerei meno prestanti, il velivolo di Ferrarin aveva la cloche che per uno svergolamento della testata del motore tendeva a girare a  sinistra e dovette legarla con un elastico alla fiancata destra per compensarne l’errore.

Ferrarin secondo Miyazaki
Ferrarin amico di Porco Rosso
Arturo Ferrarin storico
Arturo Ferrarin l’eroe della trasvolata Roma -Tokyo

Essendo reduci, poveri di lira ( siamo nel 1920) Arturo Ferrarin e Guido Masiero per recuperare una carta geografica che potesse condurli in Giappone,  dovetterlo rub…prenderla in prestito ad un vicino ufficio romano.  Quando Ferrarin arrivò a Tokyo, battendo i concorrenti più blasonati, fu trattato con tutti gli onori e il suo aereo (Ansaldo SVA 5) conservato con sacrale cura nel museo cittadino. Masiero non venne ufficialmente considerato vincitore perché ad Hanoi sfasciò l’areo e dovette effettuare una tappa  in treno, quindi non completò tutto il tragitto volando. Al termine del secondo conflitto gli americani vollero portarsi in trionfo negli USA il biplano di Ferrarin ma se lo persero durante il viaggio.

 

Milano secondo Porco Rosso

E l’Italia poi brilla nella Milano dove Porco Rosso cerca rifugio per ricostruire il proprio aereo danneggiato in un duello aereo. Una città manifatturiera, capitale dell’impresa familiare, con anche le nonne e le nipoti al lavoro, una Milano completamente inventata urbanisticamente, con un Naviglio grande come la Senna,  ma colta nel suo spirito di “città del fare“. E’ come se con una architettura di assoluta fantasia Myazaki volesse  evidenziare un tratto reale nella città, quello di una modernità ordinata e industriale. Ma da Milano Marco Pagot scapperà inseguito dai fascisti e aiutato appunto da Ferrarin,  portandosi  con sé un peLa Dalmazia di Porco Rossozzo della città ambrosiana: la vitale e imprenditiva Fio, una fanciulla tutta volo e impresa.

 

Mediterraneo da volare

porco rosso dalmaziaE c’è un’Italia adriatica, un‘Italia particolare, di confine, incantata, multietnica, una Dalmazia inventata nelle architetture, ma reale nella magia del mare, nella luce della natura, secondo alcuni si tratta dell’Istria, ma visto le costellazioni di tante piccole isole mi sembra più probabile la costa dalmata, una regione ancora più ai confini dell’allora regno d’Italia, contraddistinta da un’italianità ancora più adriatica, mitteleuropea e balcanica. Ma l’indizio decisivo è la cartina che Porco Rosso tiene in mano nelle scene iniziali , quando lo chiamano per liberare le bambine ostaggio dei pirati, nel riquadro in alto a destra si vedono chiaramente le lettere “La Dalma..” Da notare che pur essendo ambientato nella Dalmazia italiana, le denominazione delle isole nella cartina sono indicate in croato, ma messe a caso senza nessun riferimento geografico reale ( un pò come mettere Modena e Vercelli in Lombardia). In effetti la Dalmazia è vissuta qui un po’ come il Marocco nel film “Casablanca”, un porto franco, un via vai di avventurieri  come il cacciatore di taglie Porco Rosso , come i pirati “Mammaiuto” altra italica citazione aviatoria: il “mammaiuto” era il nomignolo di un idrovolante italiano   incaricato, durante il secondo conflitto, di recuperare i piloti abbattuti o i marinai naufragati.

CANT_Z.501
CANT-Z.501

Ed è un Mediterraneo lontano dalle grandi capitali in cui appunto i reietti, i romantici, gli avventurieri, gli sconfitti, creano un loro cosmo che ha come cuore l’Hotel Adriano; qui, a differenza di Casablanca, non c’è Sam che suona al pianoforte, ma c’è Gina una cantante molto legata a Marco. Del rapporto fra lui e lei poco è dato di sapere se non che è profondo, tenero, sofferto, nascosto. La canzone cantata da Gina durante la sua esibizione è “Le temps des cerises”, una canzone francese dedicata alla morte di una donna durante la cosiddetta settimana di sangue negli ultimi giorni della comune di Parigi, anche qui troviamo un simbolo di un’utopia finita di un inno di sopravvissuti, a un’esperienza diversa e sanguinosa.

Secondo me però siamo distanti dal Mediterraneo di Salvatores, la situazione è più aperta: qui i protagonisti crescono, evolvono. Non è solo un asilo per gli sconosciuti, un posto dove nascondersi, è più un porto, anzi un aeroporto da cui ripartire.

E la trama di Porco Rosso ? Di cosa si parla, cosa succede? Beh, chi lo ha già visto lo sa, per gli altri la cosa migliore è vederlo.