Twitter e Iran Revolution: qualche considerazione, 6 anni dopo

Simbolo di vittoria della rivoluzione verde

Dopo il  12 giugno 2009, Twitter e Iran sono diventano due sinonimi, almeno nella percezione del cittadino medio occidentale, perché?  12 giugno 2009 vince, in modo sospetto Ahmadinejad, l’opposizione guidata  da  Mr Hosein Musavi contestò immediatamente i risultati, denunciando brogli e scendendo in strada, la lotta fra forze dell’ordine e i contestatori si fece sempre più aspra fino a culminare nella tragedia: l’uccisione di una giovane iraniana  Neda Agha -Soltan a Teheran.Neda Agha -Soltan

I video amatoriali ripresero l’evento e si diffusero velocemente sul web  per poi rimbalzare sui media tradizionali, rendendo il viso della giovane donna l’icona della lotta di tutto il popolo iraniano.  Un primo punto di giunzione fra rivolta Iran e twitter lo troviamo qui, sembra che il cinguettio ebbe la stessa importanza per la “Rivoluzione Verde” ( il colore usato da Musavi e dai rivoltosi per identificarsi)  di quella che la stampa di Guttemberg ebbe per la Bibbia di Lutero  e il protestantesimo.

 

Twitter e Iran fu vera rivoluzione?

Il 15 giugno il primo ministro Musaravi mandò un messaggio agli amministratori della piattaforma: ” @twitter Twitter is currently our only way to communicate overnight news in Iran, PLEASE do not take it down #IranElection”. Un messaggio che ha tutta l’apparenza di essere un sigillo pontificio sulla strategicità della piattaforma per l’evangelizzazione della rivolta.  Secondo evento, la cui documentazione è più dubbia:  15 giugno, arriva  messaggio a Jack Dorsey, fondatore di Twitter, dal dipartimento di stato americano nel quale si chiedeva di rinviare l’aggiornamento del server previsto per il giorno successivo ( il 16 giugno). Santificazione finale: Mark Pfeifle ( ex consigliere per la sicurezza nazionale negli usa) propone la candidatura di Twitter  al premio Nobel per la pace, sostenendo che il popolo iraniano  senza twitter  non si sarebbe sentito forte e sicuro nella difesa della libertà e della democrazia.  Twitter, rivoluzione, democrazia fu vera gloria?vignetta su Twitter e la rivoluzione verde

Afferma Sara Bentivegna in “A colpi di Tweet” : ” Riconoscere che Twitter  possa aver fornito  materiale di prima mano nella copertura  delle vicende iraniane non equivale ad attribuirgli un ruolo decisivo nel sostegno della protesta “.

Prima della (tentata)  rivoluzione verde il 43%  della popolazione era connessa a internet e la  globsfera molto vivace ( Wojcieszak e Smith 2013) il web era particolarmente frequentato e ricco di interazioni fra pro e contro regime. ( Kelly e Etling 2008).

Che i blog siano stati particolarmente popolari lo dimostra il fatto che l’Iran ha uno dei più alti tassi di blogging nel mondo. I rapporti indicano che ci sono circa 700.000 blogger iraniani (Sreberny e Khiabany 2010) e che 60.000 blog vengono aggiornati regolarmente in Iran (Kelly e Etling 2008). Il sito Alexa.com tiene traccia siti web, il numero di visite e dimostra che, dopo Google e Yahoo, i siti di provider di blog Blogfa e MihanBlog furono i siti più visitati in Iran (Alexa 2010).

Però se andiamo ad analizzare i tweet inerenti a #iranianrevolution: solo il  23, 8 % dei tweet proveniva dall’Iran il restante era frutto di tweet e ritweet creato in altri paesi. Golnaz Esfandiari  in un articolo pubblicato sul Foregin Office  dichiarò che tra gli utenti più attivi in occasione delle principali manifestazioni tenutesi in Iran ne conosceva ben tre, uno viveva negli Stati Uniti, uno in Svizzera, Turchia, e quello che aveva più spesso incitato la gente ad andare in piazza. Non c’è concordanza di dati per il vero, la geolocalizzazione non permette un analisi fine, però è accertato che gran parte dei tweet si originarono al di fuori dei confini geografici della rivoluzione verde. Inoltre secondo Christensen 2011 “il governo iraniano usò la tecnologia per monitorare gli utententi di internet e i loro messaggi rendendo più semplice la sorveglianza,la disinformazione e la repressione”. Dunque un twitter e rivoluzione puro mito?

Forse i cinguetii non sono e non saranno  l’arma finale della democrazia, però è anche vero che attraverso i 140 caretteri gli iraniani hanno  a) sfidato con successo il monopolio dei media del regime, b) reso notiziabili a livello globale fatti che altrimenti sarebbero stati censurati dalle forze fedeli a AhmadinejadSimbolo di vittoria della rivoluzione verde

Iran fuori dall’Iran ( ma dentro Twitter)

Che cosa è successo dunque? I nuovi media hanno aiutato a colmare il divario profondo che esisteva tra gli attivisti dentro e fuori la Persia. Siti di social networking come Facebook, Twitter e Balatarin hanno connesso iraniani  in tutto il mondo. Con il giro di vite sui canali media tradizionali  anche la menzione dei nomi dei leader di opposizione sui giornali  in patria era stata vietata (Kamali Dehghan 2010), così Internet giocò un ruolo vitale nel mantenere dissidenti e attivisti in contatto e a far circolare notizie e informazioni. Siti web creati e gestiti  fuori dell’Iran furono ( e sono)  visitati soprattutto dagli iraniani in Iran, questo implica che si è sfidato con successo i filtri di bypass messi dal regime (Shirazi 2010). Canali satellitari con sede principalmente negli Stati Uniti e in Europa hanno milioni di telespettatori in Iran.  Nonostante tutte le misure adottate dal governo, gli iraniani in tutto il mondo hanno potuto e possono incontrarsi online per comunicare le ultime notizie  e per scambiarsi idee.  Questa è una parziale  risposta al fatto che molti tweet su #iranrevolution nacquero in occidente o comunque in molte parti del mondo, ricalcando i confini della diaspora iraniana. Il numero di iraniani che vivono all’estero è stimato tra mezzo milione a 2 milioni di persone, secondo alcuni fonti accademiche si arriva anche ai 4 milioni di Christina Monitor (Radio Farda 2010). Questo spiega anche la “radicalizzazione” della protesta, gli esuli in contatto con il mondo occidentale erano  ( e sono) anche più inclini  a posizioni più “liberal”, a prescindere dalle reali possibilità politiche in patria, e  la politica è dopotutto una scelta di mezzi idonei per conseguire fini  raggiungibili.  Un leader dell’opposizione, Ezatollah Sahabi (2009), inviò una lettera aperta agli ‘iraniani all’estero’ chiedendo loro di non incentivare obiettivi inverosimili:” Connazionali che vivono al di fuori dell’Iran sono più sensibili, a causa della natura del vivere all’estero, a condurre le persone ad avere idee troppo  ‘soggettive’ sulla realtà interna. Inoltre, molti connazionali che amano la loro terra e vorrebbero tornare potrebbero diventare impazienti e ‘affrettati’ … portando a un aumento dei livelli di aspettative …”

Epilogo

La rivoluzione fallì anche perchè non uscì dai ceti medio alti della società iraniana. Non dimentichiamoci che la popolazione rurale e la fetta meno ricca della popolazione cittadina non ha accesso a internet  ed è rimasta esposta alla propaganda unilaterale del regime diffusa dai media tradizionali saldamente in mano a Ahmadinejad.  Lo iato delle aspettative,  fra chi vive fuori e dentro il regime  rappresenta una criticità importante per il movimento, così come la sua incapacità di coinvolgere ( mi si permetta il termine un pò vintage) la classe lavoratrice.

Detto questo, un fatto illuminante sul ruolo “democratico” dei nuovi media  è un episodio di cronaca del 2010: un uomo sospettato di adulterio venne accoltellato a morte dal marito geloso sotto gli occhi di vari spettatori e di due poliziotti compiacenti che per tutta la durata delle violenze , 45 minuti, non intervennero. Il video dell’episodio criminoso venne postato su youtube e scatenò una protesta su siti di social networking, dove furono duramente criticate la polizia e gli spettatori della scena.Il Parlamento dovette tenere  una riunione per discutere l’evento (Mehrnews 2010) e la polizia, che di solito non risponde al pubblico, dovette sanzionare  gli agenti di polizia.

 

Iran Twitter e rivoluzione domani

E’ l’Iran la più grande democrazia del medioriente?”Questo il titolo di  un articolo del wall street journal del maggio 2014  autore  l’israeliano Yuval Porat, consulente strategico di diverse campagne politiche in Israele. Porat pubblicò i risultati di una sua ricerca condotta nel 2011 con un sistema molto innovativo che coinvolse 162.994 intervistati appartenenti a 64 diversi paesi e i risultati furono valutati utilizzando in a base dell’aderenza ai valori dell’indice normalmente adoperato da Freedom House .Donna Iraniana sorridente

Dalla ricerca emerge un ampia adesione della popolazione iraniana ai principi della cultura democratica, in particolare:  l’importanza della scelta individuale (94%) e della tolleranza nei confronti di altri gruppi (71%), valori superiori a quelli indiani, che pure è considerata da tutti una democrazia a tutti gli effetti. Porat ovviamente mette in evidenza il grande divario fra potenzialità democratiche e reale offerta politica nel paese, che rappresenta forse un “unicum” mondiale. Ma il paradosso è solo apparente, se si pensa che l’Iran sia passato in trent’anni da 30 milioni a 80 milioni di abitanti : sono molti i giovani desiderosi di partecipare alla vita sociale ed economica  del proprio paese, ma nonostante l’attuale, elevatissimo, stato di tensione esistente tra la  società civile e l’establishment politico,  una nuova imminente rivoluzione sembra inprobabile

Una rondine non fa primavera, un tweet non fa una rivoluzione, ma come diceva Totò è anche vero che è “la somma che fa il totale”